| STORIA dei Bravi a Cologna |
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ANDREA
DA
MOSTO,
I
Bravi
di
Venezia,
ed.
Ciarrocca
Milano,
1950,
Cap.
VI Per il futile motivo del possesso di un palco di questo teatro erano sorti gravi dissapori fra i Grimani Calergi e ser Francesco Querini Stampalia. Ne derivò una sorda ed inconciliabile inimicizia fra le due grandi casate che si ripercosse per tutta la città, producendo nel patriziato veneto una grande effervescenza, dividendolo addirittura in due campi. Ma prima di continuare il racconto è necessario presentare al lettore la famiglia dei Querini Stampalia. A quell'epoca, si componeva di due maschi, Francesco e Paolo, e di tre femmine sposate con ser Andrea Bernardo, con ser Marco Dandolo e con ser Giulio Contarini. Erano figli di Gianfrancesco e di Elisabetta Trevisan, sua seconda moglie, appartenente a un ramo secondario della casata. Quasi coetanei del padre dei Grimani, i due Querini superavano l'età di Piero e di Giovanni di oltre venti anni e del' l'abate Vettor di otto e nove. Molto illustre è anche la casata dei Querini. Anzi, per antichità, supera quella dei Grimani, appartenendo non solo alle case vecchie, ma alle prime dodici di esse, che erano dette apostoliche. I compiacenti e fantasiosi araldisti del '6oo non si contentavano di questa già di per sé stessa remotissima origine, ma sbizzarrendosi con la fantasia la fanno addirittura derivare dalla famiglia Sulpicia o Galbaia, romana, che avrebbe generato prima l'imperatore Galba e poi, passata nella Venezia lagunare, avrebbe dato i natali a Quirino, generale dei Padovani contro Attila ed a due dei primi dogi! Il ramo Querini aveva assunto le denominazione di Stampalia per avere avuto in feudo, fino al I597, quella isola dell'arcipelago greco. La loro sede avita era un palazzo situato a S. Maria Formosa, poco notevole per la sua architettura ma nel suo insieme non meno grandioso di quello dei loro rivali. Oggi esso è sede della fondazione Querini-Stampalia. sorta per la munificenza di Giovanni, ultimo della casata, morto alla fine del secolo scorso, ed offre agli studiosi una vasta e ben fornita biblioteca con una ricca raccolta di statue, quadri, medaglie e mobili antichi, che formavano il sontuoso suo arredamento. I due Querini, oltre ad essere molto dovizioso, godevano nel mondo politico veneziano di alta posizione, e sotto questo punto di vista maggiore di quella dei Grimani Calergi, come vedremo in seguito. Minore dovette essere invece la considerazione da cui erano circondati in riguardo alla vita privata, essendosi dimostrati molto esosi e attaccati al guadagno, e non così munifici e splendidi nel tratto e nello spendere come i loro rivali. Anch'essi erano dei violenti, e la casa a S. Maria Formosa era piena di bravi che terrorizzavano, come ho ricordato nel terzo capitolo, tutta la contrada. Il bravo deve essere stato una specie di istituzione nella loro famiglia, se un loro discendente, come pure ho ricordato, credette di far riprodurre in marmo le fisionomia più caratteristiche di alcuni di quelli che vivevano nella casa paterna ai suoi tempi. Più violento e più ingordo di denaro si dimostrò, specialmente verso i villici, il primogenito Francesco, stando la maggior parte dell'anno nella casa dominicale situata a Giaon, villa vicino a Cologna Veronese. Per avere man forte nelle sue esose speculazioni, si era circondato di banditi e di altri malviventi di ogni specie che, vestiti e armati da bravi, lo seguivano nelle scorrerie per le terre vicine. Il 23 luglio 1625, alcuni di essi gli si ribellarono, e permettere fine alla pericolosa sommossa dovette personalmente intervenire. Impugnata una forca da fieno con le punte di ferro, si precipitò su uno di essi freddandolo sul colpo, mentre i bravi' che gli erano rimasti fedeli ne uccisero un altro che era accorso per aiutare il compagno. Così la voce pubblica raccontava il fatto, ma per coprirlo, il Querini aveva fatto spargere la diceria che si fossero uccisi fra loro, essendo venuti a contesa. Gli sbirri del podestà di Cologna avevano cercato di frenarli. ma male era lor incorso per l'intervento del Querini. Infiniti erano gli arbitri che si permetteva. Si faceva cedere, al prezzo che voleva, case e campi, e chi non acconsentiva correva il rischio di avere devastati i poderi o di non trovare lavoratori che li coltivassero. Contadini e operai erano obbligati a servirlo per tutto l'anno senza alcun compenso o con retribuzioni irrisorie. Nulla dava a chi lo forniva di materiale da costruzione e di calce, Impose alle comunità vicine ad Albaredo di provvedere alla manutenzione delle strade e allo scavo di fossi, gettando ponti nelle sue proprietà, senza pagare i dovuti tributi. Arrivò al punto di regolare a modo suo i prezzi correnti sul mercato di Cologna.Il 5 dicembre 1637, un villico osò protestare ma ci, rimise la vita perché il Querini lo fece uccidere dai bravi. I. Nella piccola villa di Giaon, vicina alla sua casa, istituì di sua autorità un pubblico mercato, regolandolo come' credeva e frodando così il fisco in tutti i modi. Teneva una mandria di cavalli e un numeroso gregge di pecore che faceva pascolare nelle terre dei vicini, con grave loro danno. F, guai a chi avesse. osato protestare. Viceversa rischiava la vita - chi si fosse - permesso di far pascolare greggi sulle sue proprietà. Per dirne una, ricorderò che fece bastonare un rispettabile cittadino di Cologna per il solo fatto di essere passato poco discosto dalla sua casa per andare a messa. Era cosi ingordo e venale, che quando morì un tale, nonostante non avesse alcun diritto specifico sulle cose sue, fece fare un sequestro conservativo, benché l'importo dì questo molto superasse il suo credito.Per darsi svago in mezzo a questo esoso e delittuoso affarismo, si dava ogni tanto a qualche facile villereccio amore. Fra le sue vittime furono una bella ed onesta forosetta, che si fece brutalmente consegnare dalla madre ; e una promessa sposa, che si fece condurre dai bravi nella villa del conte Nievo, suo amico e compagno di stravizio, senza badare al dolore ed allo strazio del fratello con cui stava. A guisa dei feudatari medioevali, volle possederla prima che andasse a nozze, e avere così il ius primae noctis! Da vari anni, era entrato in amicizia con Giuseppe Stanga, facoltoso cittadino di Cologna, ed a forza di blandirlo e di circuirlo era riuscito a fargli fare testamento in suo favore. Che è che non è, cinque anni dopo, il 28 marzo 1635, lo Stanga, recatosi a Venezia viene assalito in contrada di S. Maurizio da due bravi che barbaramente lo uccidono crivellandolo di ferite. Il Querini, appena successe il fatto, rimasto in principio avvolto nelle tenebre, si presentò facendo valere i suoi diritti col testamento alla mano, e facendosi immettere nel possesso delle proprietà dell'estinto, senza curarsi di soddisfare i legati, come avrebbe dovuto. Dopo di essere entrato in possesso dei beni di Giuseppe Stanga senza alcun plausibile motivo, tanto brigò e fece che riuscì ad impadronirsi anche di quelli spettanti al di lui fratello, Giovanni Battista, che era stato bandito capitalmente dal Consiglio dei Dieci. Questi beni, confiscati in seguito al bando, dopo che le case che sorgevano sopra di essi furono demolite, erano stati ridotti a pascolo per punizione, secondo il barbaro uso fiscale del tempo. Passarono sei anni prima che fossero scoperti gli autori del clamoroso omicidio, e che il Consiglio dei Dieci, pur sospettandoli o conoscendoli, avesse voluto occuparsene. Certo è che, quando nel i64I vennero a galla tutte le malefatte commesse dal Querini a Cologna, si fece luce anche sull'omicidio dello Stanga. In seguito a ciò, vennero incolpati tutti e due i Querini. Francesco, a causa del testamento fattosi fare in suo favore, e Paolo, per essere stato in lite giudiziaria coll'ucciso e per avere avuto con lui dei forti disgusti. Tutti e due vennero capitalmente banditi, rispettivamente il 16 settembre 1642 e il 3 marzo dell'anno seguente. Allora Francesco si presentò ai Dieci, sperando forse di cavarsela a buon mercato o con una assoluzione. Invece fece male i suoi conti il 19 novembre 1642 e si buscò dieci anni di prigione scura o il bando perpetuo se fosse riuscito a fuggire. Comunque, la condanna da lui riportata ebbe corta durata, perché messosi a brigare colle sue molte aderenze, il 28 febbraio dell'anno successivo riuscì a liberarsene, pagando 2.i8o ducati da destinarsi per mantenere al campo per sei mesi cinquantadue soldati. Il fratello Paolo se la cavò a molto miglior mercato. A forza di maneggi aveva prima cercato di farsi liberare dal bando con una supplica degli abitanti del paese di Vodizza, vicino a Sebenico in Dalmazia, che ne aveva la facoltà. Ma non essendo riuscito per questa via a causa di questioni formali intervenute, ricorse ad un capitano dei soldati confinari che per benemerenze acquisite ne aveva avuto anche lui facoltà, e col suo mezzo raggiunse 10 SCOPO il 4 maggio dello stesso anno. Dopo di che dei due clamorosi bandi, resi pubblici dalle solite roboanti pubblicazioni, non restò che un lontano ricordo. Già dal 9 febbraio 1626 Paolo era sposato con Bianca Ruzzini, mentre Francesco, scapolo impenitente di oltre quarant'anni, si decise a prendere moglie appena il giugno 1645, conducendo all'altare Cecilia Correr. E questo, forse per la morte del nipote Gian Francesco, che lasciava la famiglia senza discendenza maschile, non restando al fratello Paolo che la figlia Elisabetta, che sposò Silvestro Valier e fu l'ultima dogaressa coronata a Venezia. Scoppiata nello stesso anno la guerra fra Venezia e la Turchia per il possesso dell'isola di Candia, Francesco entrò nella marina veneta, assumendo il comando di una galera sottile, durante gli anni 1646 e 1647, agli ordini del provveditore generale in Dalmazia e Albania, Leonardo Foscolo. Paolo, dal canto suo, si era fatta una buona posizione nel cani o politico veneziano, distinguendosi come podestà di Treviso. Perciò non esitò, appena gli fu ' possibile di mettersi fra gli aspiranti alla dignità di procuratore di S. Marco, che per sopperire alle ingenti spese della guerra col Turco veniva concessa a chi avesse offerto più di ventimila ducati. Ed infatti la ottenne, pagandone in più i altri cinquecento e col prestigio e la potenza della sua casata, senza che il bando precedentemente inflittogli venisse ricordato e potesse essergli di ostacolo. Nel 1655 la contesa fra i Grimani ed i Querini si era tanto acuita che il Consiglio dei Dieci se ne impensierì, temendo che culminasse in tragica esplosione. Cominciò a chiamare al suo cospetto i contendenti per cercare di conciliarli e coll'ordinare che rimanessero nel frattempo sequestrati nelle loro rispettive abitazioni. Tutti si sottomisero, ad eccezione dell'abate Grimani il quale., per non perdere una rappresentazione dell'opera “ Statira, principessa di Persia” del noto poeta Giovanni Francesco Businello, messa in musica dal maestro Francesco Cavalli, infranse la relegazione recandosi al teatro dei S. S. Giovanni e Paolo la sera del 20 gennaio. Per essere sicuro del fatto suo si fece accompagnare da numerosi bravi armati di pistole e di archibugi, che presidiarono gli accessi al teatro e lo seguirono in varie gondole sia all'andata che al ritorno, che avvenne dopo che si fu sfollato il teatro. I Dieci, edotti del fatto, lo chiamarono ad audiendum verbum, ma lo assolsero per essersi giustificato della sua scappatella. Vedendo poi che colle loro prediche nulla riuscivano a combinare, richiamarono alla loro presenza i membri delle due famiglie, ordinando che designassero due arbitri di loro fiducia, affinché essi trovassero la via ad una amichevole conciliazione e composizione del dissidio. I Grimani designarono ser Giovanni Dolfin, ed i Ouerini il procuratore di S. Marco messer Angelo Morosini. Gli arbitri nulla riuscirono a concludere, e i Dieci, sempre più impensieriti per la brutta piega . che prendevano le cose, ordinarono la partenza da Venezia per Corfù dei tre fratelli Grimani, e di Francesco e Paolo Querini, per Zara. Mentre avevano luogo queste trattative, l'abate Grimani era andato ad abitare nella contrada di S. Polo, portandovi lo scompiglio, come risulta da una denuncia anonima pervenuta il 22 gennaio i657 agli inquisitori di Stato. Fu smentita, certo per timore del truce abate, dal negoziante di cuoi dorati e dal farmacista all'insegna della “ Colonna e Mezza” tuttora esistente in campo S. Polo, ma quanto vi è riferito deve essere stato in gran parte vero. Mi sembra tanto interessante che non esito a riportarla integralmente: Excentissimi Signori, finalmente non potiamo più. “ La contrada, il suo sito non lo permette. IR piena di negotio, “ ha molti edifìcii de lana, ha unione considerabile di botteghe, “ nel mezzo della città, che vuol dire comunica con tutte “ l'altre. Da pochi mesi in qua, per disavventura di tutti, “ vi habita l'illustrissimo abate Grimani, delle qualità note. “Ha posto tanto terrore che, a mezz'ora di notte di sera, “ le boteghe, per tema che tanti infamissimi sicarii che lo “ circondano non ce le svalegiano, quali armati a tutte l'hore “ con arcobusi curti e longhi vogliono l'assoluta patronia di “ tutto. Dicalo quei ch'hanno convenuto sfratar le case con“ tigue et abbandonar ogni loro interesse. Parlino quei poveri “ operarii, che obligati al lavoriero non se è più permesso, “. di notte, far rettorno alle loro case. Un povero cuoco, ch'è “ stato sbranato da un fierissimo cane et sepellito senza no“ ticia di nisuno, ha posto tanto terrore che basta. Molti si “ consolano dicendo che la cosa non durerà, perché, sapendolo I“ il Consiglio dei Dieci, le remedierà, che così pregano Dio “ benedetto, perché non sopporteremo certo d'esser sottomessi “ nella forma che resta già sottomessa la contrada de santa “ Maria Formosa de la Stamparia Querini. La contrada afflitta “ de S. Polo ”. La tanto auspicata liberazione della contrada di S. Polo, ebbe luogo l'8 marzo dello stesso anno, colla partenza dei tre fratelli Grimani per Corfù ; seguita, il io marzo successivo, dalla partenza dei Querini per Zara. Ma a nulla valse il provvedimento, perché non molto dopo, alla chetichella, tornarono tutti a Venezia dove, in barba agli ordini del Consiglio dei Dieci, ripresero a stare nei loro palazzi circondati da gran numero di bravi, coi quali giravano impunemente per la città. Durante la stagione teatrale dell'anno successivo i659, si stava mettendo in scena, nel teatro dei SS. Giovanni e Paolo, l'opera intitolata “La costanza di Rosmunda ”, con libretto di Aurelio Aureli e musica di Giovanni Battista Rovettino. Essa era dedicata nientemeno che “ all'illustrissimo e reverendissimo signor abate Vittorio Grimani Calergi”. Illustrissimo finché si vuole, ma per noi certo poco reverendo! Si può immaginare quale interessamento prendessero per il felice suo successo i tre fratelli Grimani, dato il fanatismo che essi avevano per l'opera in musica. ]E’ sufficiente ricordare che, dimenticando completamente la loro precaria situazione, per la clandestina presenza a Venezia in opposizione al Consiglio dei Dieci, non seppero frenarsi, la sera del 15 gennaio, di uscire di casa per assistere alle prove. Per assicurarsi da qualsiasi poco gradita sorpresa, sia da parte della forza pubblica come da quella dei Querini, si imbarcarono su varie gondole insieme a molti bravi provveduti di armi da fuoco. Nell'andata non vi furono incidenti e poterono sbarcare indisturbati alla riva del teatro ed assistere alle prove dei cantanti e dell'orchestra. Finite queste, Giovanni e Pietro Grimani, dopo di avere salutato il fratello che si trattenne ancora con vari musici e amici, montarono in gondola, dando ordine ai barcaiuoli di condurli al loro palazzo. Inoltratisi nel rio della Panada, a poca distanza dal teatro, l'oscurità della notte invernale venne per qualche istante attraversata da alcuni lampi,. cui seguirono violente detonazioni prodotte da archibugiate. La gondola, colpita in più parti, cominciò a fare acqua ed i gondolieri dei Grimani si affrettarono a dirigerla verso la più vicina riva per impedire il suo affondamento. Quivi giunti, i due Grimani, che avevano già i piedi immersi nell'acqua, saltarono a terra. Poi, temendo qualche altra insidia e per asciugarsi del poco piacevole pediluvio subìto in pieno inverno, si diressero per la via più breve e colla maggiore sollecitudine al loro palazzo di S. Marcuola. Al sentire rintronare delle archibugiate, l'abate intuì l'accaduto e fatti accorrere i suoi bravi li mandò a perlustrare la località da dove erano partiti i colpi di archibugio, per sapere quello che era accaduto ai fratelli. I bravi messi alla ricerca si imbatterono in ser Francesco Querini, in veste patrizia col berretto in testa ; stava solo, appartato non lontano dal teatro, cercando una delle due pistole che gli era caduta. 1 quattro bravi che erano con lui ed avevano sparato, si erano dileguati cercando rifugio nelle case circostanti, dimostrando di non essere pratici di Venezia e di esservi venuti per l'occasione. Alla vista di quei brutti ceffi, il Querini non seppe che contegno tenere, e cercò di salvarsi dicendo che era un povero gentiluomo alla ricerca di un amico rimasto ferito dalle archibugiate. I bravi non gli dettero retta e presolo fra loro mandarono ad avvisare l'abate della cattura fatta. Questi, credendo che si trattasse di uno dei sicari sparatori e mai lontanamente sospettando che fosse il Querini in persona, ordinò di tradurlo in barca a casa sua. Poi, senza curarsi di vederlo, salito in gondola vi si diresse colla maggiore sollecitudine, avendo anche saputo che pure i fratelli vi si erano recati. Li trovò illesi, ma molto agitati per quello che era successo. Quasi fuori di se era Giovanni Grimani. Grande fu la loro meraviglia quando, poco dopo, si videro davanti, nella casa attigua al palazzo e in mezzo ai bravi, pallido ed esterrefatto Francesco Querini. Egli che altre volte era entrato in quel palazzo riverito e festeggiato, ora vi entrava circondato da banditi, che lo conducevano alla presenza dei padroni suoi mortali nemici, alla vita dei quali aveva attentato. Quel che allora successe non è ben noto. Secondo la versione ufficialmente data dai Grimani, il Querini sarebbe stato ucciso dai bravi inferociti, che essi, con tutto il loro buon volere, non sarebbero riusciti a trattenere. Altri affermano che l'abate e Piero, impietositi alla vista del più che cinquantenne Querini, sarebbero stati propensi a fargli grazia vita, ma Giovanni, ancora eccitatissimo per il pericolo corso, ruppe gli indugi sparandogli contro una pistolettata alla quale altre ne seguirono sparate dai bravi, che non cessarono di prenderlo di mira se non quando lo videro spirato. C'è chi narra invece che l'abate lo avrebbe fatto sbranare da una tigre che teneva in giardino, dopo che era stato fatto segno alle pistolettate, negandogli qualunque conforto religioso. ,Certo è che nessuno ha mai saputo come sia finito il suo cadavere.- Il Residente fiorentino a Venezia scrive che fu gettato in mare affinché non si vedessero le orribili ferite che, aveva sul corpo; e cosi scrive pure il Residente di Parma, .che lo riteneva morto e sepolto nel canale Orlano ; mentre il Residente di Modena scrive, non so con quale fondamento, che sarebbe stato bruciato ad esclusione della testa, mandata al principe vescovo di Trento; cosa poco credibile perché non si arriva a capire quale interesse potesse avere quel prelato ad un simile macabro trofeo. I tre Grimani, passato il primo momento di incoscienza prodotto dall'ira e dal desiderio di vendetta, compresero l'enormità del delitto commesso e senza indugiare, montati nelle gondole coi loro bravi, raggiunsero la terraferma per avviarsi al di là delle frontiere e porsi sotto la protezione dell'amico duca di Mantova, che mise una sua villa a loro disposizione. L’ atroce delitto acuì ancor più le dissensioni nel veneto patriziato. Malgrado tutto, molti erano quelli che scusavano i Grimani Calergi per la grave provocazione subita. Il Consiglio dei Dieci, impressionatissimo, |